Le radici buddiste

radici_buddisteLa prima indicazione che la coltivazione di uno stato mentale di consapevolezza ci aiuta nel contenere e sciogliere la sofferenza ci viene dalle scritture buddiste.

Il buddismo è piuttosto diverso dalle altre tradizioni spirituali, in quanto appare molto più affine ad una sfera psicologica che religiosa. Nei suoi insegnamenti il Buddha si è molto più occupato di esplorare la dimensione mentale e sensoriale dell’uomo, rivelandosi un acuto e raffinato studioso dei molteplici stati di coscienza, piuttosto che della dimensione dell’anima e della sua relazione con una qualche entità sovrannaturale.

Lasciando a chi fosse interessato l’approfondimento del buddismo (un bel libro, di facile e amabile lettura è “Vita di Siddaharta il Buddha” del monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, edizioni Astrolabio) da un punto di vista filosofico, storico o religioso ai numerosissimi e autorevoli testi sull’argomento, vorremmo mettere piuttosto il focus sulla comunanza di intenti che portarono Siddharta ad abbandonare la sua felice vita di figlio di re per divenire un ricercatore spirituale e tutti coloro che oggi si occupano di salute fisica e mentale e che hanno trovato nelle indicazioni buddiste un aiuto nella propria professione, e cioè scoprire l’origine della sofferenza e aiutare coloro che soffrono nel corpo e nello spirito.

Quando nel buddismo si parla di liberazione (nirvana), si intende liberazione dalla sofferenza (dukka). Si dice che qualche settimana dopo aver aver ottenuto l’illuminazione che fece del principe Siddartha il “Risvegliato”, egli abbia iniziato il suo cammino di insegnamento esponendo nel suo discorso  “Dhammacakkapavattanasutta” – Il discorso della messa in moto della ruota del Dhamma – le “Quattro Nobili Verità” sulla sofferenza ai suoi cinque antichi discepoli.

La prima Nobile Verità sulla sofferenza ci dice che la sofferenza è connaturata all’esistenza umana: “la nascita è sofferenza, la vecchiaia è sofferenza, la malattia è sofferenza, la morte è sofferenza, l’unione con ciò che non è caro è sofferenza, la separazione da ciò che è caro è sofferenza, il non ottenere ciò che si desidera è sofferenza.” In un altro discorso il Buddha precisa ancor di più “la pena, il lamento, l’angoscia e la mancanza di serenità sono sofferenza…”

La seconda Nobile Verità ci dice che la sofferenza ha una origine: “l’origine della sofferenza s’identifica con la brama …. e trova appagamento ora qua ora là. Esiste la brama per l’oggetto dei sensi, la brama per l’esistenza e la brama per la non esistenza …”

La terza Nobile Verità ci dice che poiché la sofferenza ha una origine può avere anche una cessazione: “la cessazione del dolore è l’estinzione, il completo svanimento, l’abbandono, il rifiuto di questa brama …”

La quarta Nobile Verità è la descrizione del “sentiero” che conduce alla cessazione della sofferenza: chiamato anche Nobile Ottuplice Sentiero: “retta visione, retta risoluzione, retta parola, retta azione, retti mezzi di vita, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione”.

E’ interessante notare che per “sofferenza” sembrano intendersi non solo i grandi dolori della vita, ma anche le piccole contrarietà, le insoddisfazioni che riempiono spesso le nostre giornate. Quella appunto “mancanza di serenità” tipica di quel disagio esistenziale che connota la condizione umana. Ora le quattro nobili verità ci dicono che questo “disagio” non è assolutamente, pur essendo così connaturato alla nostra condizione, scontato e ci indicano anche il percorso per stabilizzarci in uno stato di “gioia e letizia … calma e consapevolezza”

Secondo la psicologia buddista le tre cause fondamentali della sofferenza umana sono dunque:

a) l’attaccamento – la separazione da ciò che è caro è sofferenza – che può esprimersi come dipendenza (da persone, sostanze o oggetti esterni come anche dall’essere sedotti da se stessi dalle proprie idee, fantasie, desideri), paura di abbandono, avarizia ecc. (contrapposto a equanimità, generosità o rinuncia);

b) l’avversione – l’unione con ciò che non è caro è sofferenza – : rabbia, criticismo, giudizio negativo, controllo dell’altro (contrapposta alla benevolenza, compassione, accettazione);

c) visione errata, distorsione o ignoranza della realtà, distacco affettivo ed emotivo, negazione, intellettualizzazione, dissociazione (contrapposta a saggezza)

La cessazione della sofferenza deriva dal conseguimento, attraverso pratiche etiche e meditative, di quella saggezza che risveglia dall’ignoranza, da cui discendono appunto attaccamento e avversione, con il conseguente abbandono di queste due usuali automatiche modalità della mente di essere in relazione con gli oggetti sensoriali (compresi gli stessi oggetti mentali).

Tre appaiono i punti fondamentali del sentiero buddista verso la liberazione: la pratica di Sila, virtù o purezza morale che purifica la mente; Samadhi, concentrazione meditativa, che calma e unifica la mente e Satisampajanna, attenzione che porta a chiara comprensione e che libera la mente dall’ignoranza.

L’esperienza mentale a cui facciamo oggi riferimento nei protocolli Mindfulness Based si riferisce proprio alla « retta consapevolezza », questa attenzione che porta a chiara comprensione, dell’Ottuplice Sentiero buddista e alla sua coltivazione e sviluppo che si fonda su pratiche che provengono dalla tradizione buddista theravada (la più antica delle tre grandi correnti meditative buddiste), in particolare sulla pratica di meditazione vipassana (presenza mentale o chiara visione) diffuse in Asia meridionale, Birmania, Cambogia, Laos e Thailandia da 2500 anni.

Meditazione dunque come pratica di autoconoscenza, i suoi presupposti prevedono un’investigazione continua della realtà interiore ed esteriore per arrivare ad eliminare la sofferenza attraverso un cammino di liberazione.

I cardini della meditazione Vipassana vengono descritti dal Buddha nel “Mahasatipatthanasuttanta – Grande discorso della Presenza Mentale”- che indica come oggetti di investigazione diretta “strenua, con piena comprensione e consapevolezza, avendo rimosso la cupidigia e l’angoscia nei riguardi del mondo” i cinque aggregati (che sono, secondo il buddismo, i costituenti psico-fisici della persona umana) e cioè il corpo, le sensazioni, la percezione, i fenomeni mentali e la coscienza.

A cura di Bianca Pescatori e Loredana Vistarini

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