Carceri

carcereIl protocollo MBSR, considerata la sua comprovata efficacia nella riduzione dello stress, si profila particolarmente adatto ad essere introdotto in un ambiente come quello carcerario.

Non è difficile descrivere le fonti di stress presenti in tale ambito:

la situazione generale delle carceri italiane, in perenne sovraffollamento e, di conseguenza, il costante disagio causato da una convivenza già di per sé difficile, in un ambiente di reclusione; il rapporto quotidiano con il personale del carcere che, malgrado una preparazione generale e specifica più che soddisfacenti ed una carica umana molto sviluppata, viene spesso percepito come “l’autorità” ( se non come il “nemico”); i periodi di attesa: notizie dalla famiglia, esiti del processo e sentenza, decisioni del magistrato di sorveglianza relative a concessioni di permessi, etc.; preoccupazioni sulla propria salute, comprensibili se si considera la non ottimale condizione igienico sanitaria, la possibilità di contagio, la difficoltà di ricevere cure rapide ed efficaci, etc.; preoccupazioni causate, in certi casi, dalla prevedibile durata del periodo di reclusione, e così via.

Tale situazione, così profondamente stressante, è generalmente vissuta nella quasi totale assenza di consapevolezza delle proprie reazioni (sensazioni corporee, emozioni, pensieri): si tratta di una modalità molto comune, ma in quella condizione risulta particolarmente nociva.

L’obiettivo principale dell’impiego del protocollo MBSR è, quindi, quello di educare i reclusi all’esercizio “costante” della consapevolezza, come acquisizione propedeutica ad una vita più rivolta alla “cura” (di se stessi, innanzitutto, e degli altri).

Riteniamo, in sostanza, possibile che il periodo della detenzione (breve o lungo che sia), venga vissuto con minor disagio e pensato diversamente da una parentesi di mera attesa o, addirittura, di non vita, e utilizzato, invece, nell’apprendimento di strumenti utili sia in carcere che fuori – anche in considerazione dell’esigenza di un trattamento più umano del recluso ed in vista del suo possibile reinserimento sociale.

Tutto ciò in linea con l’etica di un paese civile che in Italia nasce nel dettato costituzionale (cfr. art 27 che recita: “… Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…”).

Quanto sopra, ci porta a guardare all’operazione proposta – di introdurre il protocollo MBSR in carcere – anche alla luce di un dovere morale condiviso e codificato nella storia del nostro Paese

Roberto Tripolini: centrostudimindfulness@gmail.com

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